Fondato da Gianfranco Cusumano

IL RICORDO. Ciccio Italiano, l’assessore-operaio e la politica della quotidianità (ma non solo)

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«Ciao ragazzo». Come ricorda l’ex assessore Pierpaolo Ruello su facebook, questo era il modo cordiale di salutare Ciccio Italiano tutti gli amici e conoscenti a cui voleva bene. Ciccio Italiano ha solcato per oltre 40 anni la politica locale ricoprendo la carica di consigliere, assessore e consigliere provinciale, tenendo sempre la barra dritta e non tradendo mai i suoi ideali: prima il Pci, poi il Pds, Pd, infine Articolo 1, lo sfortunato partito di Bersani.  Anche i suoi avversari politici, in queste ore, lo hanno voluto ricordare sui social con affetto. Ciccio ci ha lasciati stamattina poche ore dopo avere compiuto 70 anni.

IL CONIGLIO E LA FESTA DELL’UNITA’. Il primo ricordo di Ciccio Italiano mi riporta quando ero bambino e lo collego ad un…coniglio. In Marina Garibaldi si organizzava la Festa dell’Unità e lui, con i fratelli Mario e Pippo ne erano il motore. Tra panini con la salsiccia e fiumi di vino locale c’era un gioco che, già all’epoca creava non pochi disagi e che oggi farebbe stramazzare a terra decine di animalisti. Prevedeva l’acquisto di un biglietto, poi all’interno di un cerchio fatto di mattoni con delle caselle numerate, si lasciava libero un coniglio che si aggiudicava (vivo) il “fortunato” possessore del biglietto con il numero della casella in cui il povero animale si infilava. Un giorno lo vinse mio padre: sono ancora segnato dal ricordo di quella busta che si muoveva all’impazzata.

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LE “CICCHE”. Ciccio poi è diventata una figura ricorrente dei miei articoli prima sul settimanale Centonove, poi su Oggi Milazzo. Quasi sempre era all’opposizione, dunque era foriero di indiscrezioni e interrogazioni piccanti di cui spesso mi concedeva la primogenitura. Mi chiamava e mi avvisava che aveva una “cicca” per me. In realtà intendeva “chicca”, ma dopo il lapsus della prima volta l’abbiamo continuata a chiamarla così. Non gli piaceva farsi fotografare, l’unica volta che abbiamo litigato e non ci siamo parlati per mesi era colpa si una foto scattata goliardicamente per strada quando l’ho associato ad un collega che non stimava particolarmente. Conosceva le regole della politica, si poteva vincere o perdere. L’unica volta che l’ho visto realmente amareggiato è stato quando nel 2018 si candidò per la prima volta alle Regionali ma, nonostante un patto che io battezzai “della pescestoccata”, raccolse un magro bottino.

IL TOMBINO. Quando interveniva in aula o ai comizi aveva il tono dei politici degli anni 50 e 60 con una metrica impostata e, alcune volte, demodè. L’ultimo che ricordo e su cui scherzammo con gli amici che gli volevano bene era quello a Piazza Impastato in cui parlò mezz’ora di come, da assessore, aveva manualmente sistemato un tombino abbandonato da anni. Conosceva la toponomastica di tutta Milazzo. Via Tommaso de Gregorio, contrada Camicia, via Albero. Tutte le vie della Piana, specialmente dai nomi improbabili le conosceva lui. Alla scrivania preferiva la strada. Lo chiamavano, infatti “l’assessore – operaio”. Durante il suo ultimo mandato scerbò da solo tutta l’area interna del castello. Su questo non ero d’accordo. A mio giudizio l’assessore deve amministrare e portare finanziamenti per grandi e piccole opere che potessero rendere Milazzo più vivibile e non sturare tombini o tappare buche con del bitume acquistato con i suoi soldi. Ma lui doveva dare risposte e spesso risolvere i disagi quotidiani dei cittadini aveva la priorità.

I COCCI DEL CENTROSINISTRA. Nonostante la malattia fino a qualche mese promuoveva incontri nel suo ufficio di via Madonna del Lume per rimettere insieme i cocci del centrosinistra. Sapeva che era dura, ma la politica e la famiglia erano la sua vita, e le sfide non gli avevano mai fatto paura. Purtroppo quella del 2025 sarà la prima campagna elettorale che non lo vedrà protagonista. E quando si varcherà il comitato elettorale del suo schieramento nessuno saluterà: Ciao ragazzo.

Gianfranco Cusumano

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