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Tutti osannano Sinner. Botta e risposta sul Corriere della Sera tra il milazzese Vincenzo Russo e lo scrittore Aldo Cazzullo

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STAI LEGGENDO MILAZZO 24. Dopo la vittoria Jannik Sinner dell’Australian Open in Italia sono diventati tutti tennisti professionisti e amanti del tennis, osannando il nostro connazionale. A distinguersi dal coro, il milazzese Vincenzo Russo, figlio dell’ex sindaco di Milazzo Filippo Russo, il quale ha avuto pubblicato un suo intervento sul sito del corriere della Sera dal titolo “Sinner, dell’«orgoglio italiano» non fa parte la fedeltà fiscale”. A rispondergli nella rubrica “Lo dico al Corriere”, il giornalista/scrittore Aldo Cazzullo (CLICCA QUI).

Caro Aldo,
diversamente dai quasi 60 milioni di connazionali diventati all’improvviso tennisti professionisti, non amo il tennis. Tuttavia, se il nostro Sinner decidesse di riportare il domicilio fiscale in Italia, diventerei subito un suo tifoso. Un gesto simile avrebbe un valore simbolico enorme, superiore a quello di tante misure governative a favore del recupero fiscale.
Vincenzo Russo

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Caro Vincenzo,
Il mio primo ricordo sportivo è del 1971: dall’angolo di Nino Benvenuti vola un asciugamano bianco, per porre fine al massacro che stava perpetrando Carlos Monzon, assassino in senso tecnico (avrebbe poi ammazzato la moglie). In questi 53 anni, non ricordo un evento sportivo che abbia suscitato un’ondata di retorica più alta della vittoria di Sinner a Melbourne. Neppure il Mondiale del 1982. Sia chiaro: non mi riferisco ai colleghi che raccontano il tennis, con passione e competenza. Siccome sono bravi, da tempo avevano scritto che Sinner sarebbe diventato il numero uno.

Aldo Cazzullo

Non sono in discussione la sua impresa sportiva, né il suo eccezionale talento, che ci rincuora e ci dà speranza. Trovo invece discutibili sia la tempesta di melassa dei politici — nessuno escluso — sui social, sia certi titoli: «Il volto migliore del nostro Paese», «orgoglio italiano», «i grandi valori», «il suo esempio aiuta la società»… Perché se la valutazione non è sportiva, ma morale, allora il fatto che il nuovo portabandiera dello sport italiano abbia la residenza fiscale a Montecarlo, e quindi non contribuisca alla sanità, alla scuola, alla sicurezza, alle molte esigenze della comunità nazionale che rappresenta, dovrebbe farci dubitare non tanto di Sinner, quanto di noi stessi. Un popolo che in fondo si disprezza. Per tre volte in questi decenni mi sono trovato in una tempesta social (e non era melassa). Quando ho espresso qualche preoccupazione sulla dipendenza di molti ragazzi dai videogames. Quando ho scritto un libro sugli errori e sui crimini del Duce. E quando ho espresso una riserva sulla scelta di Sinner (perfettamente legale, fino a quando anche l’Italia non farà una legge da una riga come quella vigente in Francia: i cittadini della Repubblica italiana non possono prendere la residenza fiscale nel principato di Monaco). Sembra che ce l’abbia con lui, non è così, quindi allarghiamo il campo, ad esempio al candidato alla presidenza di Confindustria Antonio Gozzi che ha l’azienda in Lussemburgo: come può rappresentare gli interessi degli imprenditori italiani? Se la fedeltà fiscale — che a mio avviso dovrebbe vincolare le persone fisiche più ancora delle imprese — non è considerata una condizione necessaria per esercitare una carica o un ruolo pubblico, all’evidenza è perché consideriamo lo Stato un nemico o comunque una cosa altra da noi. Mi dicono che sia ipocrisia, moralismo, retorica. Facciamoci un giro insieme in una scuola disastrata, in una caserma dove carabinieri rischiano la vita per 1.500 euro al mese, in un reparto di oncologia infantile, di malati terminali, o di qualsiasi ospedale; poi mi dite chi è l’ipocrita, il moralista, il retore.

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