Fondato da Gianfranco Cusumano

Milazzo, quando i fabbricanti di chiodi muovevano l’economia di fine 800

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UN PO’ DI STORIA. Alla fine dell’800 Milazzo aveva in attività parecchi fabbri.  Le “forgie”, le botteghe dei “firrari”, erano sparse in tutti quartieri e anche nelle frazioni della piana di Milazzo. Si fabbricavano zappe, zapponi, falci, accette,  mazze, aratri, martelli, picconi, pale, scarpeddi, palanchini, ceppi, catene, trispiti da letto, ringhiere, cancelli, ferri per cavalli e altri animali da tiro. Addirittura per preservare la dura suola di cuoio delle prime scarpe,  questa veniva protetta con un tipo di chiodo detto “taccia”.

Quella del fabbro era un’attività faticosa, che richiedeva anche energia e prestanza fisica. Era anche un’attività redditizia e nel corso dei primi decenni del Novecento molti  che originariamente erano titolari della fucina  trasformarono la loro attività nei primi negozi di ferramenta. I  prodotti che uscivano dalla bottega del fabbro  erano attrezzi  insostituibili per molti lavori, specie per molte attività connesse al lavoro nei campi.  

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Anche i chiodi  venivano fatti  a mano; erano lavorazioni difficili e  non tutti i fabbri li producevano. I più apprezzati e conosciuti fabbricanti a Milazzo erano Francesco Castiglia, Rosario Di Pietro, Filippo Neri Lombardo e i fratelli Lombardo. La bottega di questi ultimi, però, per diverse  generazioni e ancora fino agli anni ’80 la loro “forgia” fu attiva nella Via Umberto I°. Era un antro buio, con due aperture sulla strada, le pareti erano completamente annerite dal fumo e soffermandosi per qualche minuto sul marciapiede poteva capitare di sentire “mazziare” il ferro incandescente o di assistere alla sua presa  con la “pinsa” o con la  “tinagghia a sgurbia”, attrezzi  che servivano per  maneggiare e trattenere  il ferro che poi veniva lavorato a caldo per assumere  determinate forme.   

Alla fine dell’800 a Milazzo anche i chiodi  venivano fatti  a mano; erano lavorazioni difficilI e  non tutti i fabbri li producevano

Il chiodo in ferro ha avuto da sempre grande importanza nella costruzione dei fabbricati  e delle imbarcazioni. Nella costruzione delle case venivano utilizzati  per fissare gli stipiti di porte e finestre e quindi ancorare  le rispettive architravi. Nelle coperture i chiodi, che raggiungevano anche i 30 cm., bloccavano  travi e arcarecci rendendo stabili e omogenee le coperture dei tetti.   Per alcune attività particolari venivano  prodotti dal fabbro  su ordinazione e potevano avere diverse misure. Non era raro il caso  di  grosse chiodature che recassero segni particolari e marchi in grado di far risalire alla committenza.  

Le grandi imbarcazioni delle tonnare necessitavano dell’uso di molti chiodi sia durante la costruzione dello scafo che per gli interventi di manutenzione. La forgia o fucina era il cuore della bottega del fabbro; alimentata dal carbone e dal mantice rendeva  il ferro  incandescente in maniera da poterlo plasmare  alle varie esigenze a colpi di mazza e di martello. Il chiodo era uno dei prodotti più ricercati e veniva adattato per lunghezza, testa e diametro alle varie esigenze.  I chiodi nella foto provengono da una “casa terrana” della Marchesa Vincenza D’Amico sita al Borgo di Milazzo e realizzata all’incirca tra il 1865 e il 1880.

Pino Privitera

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dr. Edoardo Macrì
dr. Edoardo Macrì
1 mese fa

Anch’io ho un quadro con attaccati questi chiodi . Me li ha regalati l’ing. Mauro Marione, che è stato l’ultimo direttore della metallurgica di Milazzo. Era così attratto da questi chiodi che andava nelle discariche a cercarli

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